Che cos’è la biofobia
La biofobia è una risposta di paura, disgusto o avversione verso organismi, ambienti o situazioni naturali. Nel progetto di un giardino, di una corte o di uno spazio di lavoro, può influenzare ciò che accettiamo e ciò che chiediamo di eliminare. Affrontarla significa ascoltare le persone, verificare i rischi e progettare condizioni di convivenza, senza imporre il contatto con gli animali.
Una ragnatela cambia la domanda
Una ragnatela tra due steli, appena fuori dal sentiero, può essere un dettaglio che qualcuno osserva e qualcun altro vorrebbe togliere subito. La sua posizione conta. Attraversa il passaggio? È accanto a una seduta? Rimane nella vegetazione, a distanza da chi cammina?
Per il progetto, queste differenze sono decisive. La stessa presenza può richiedere risposte diverse a seconda di dove si trova e di come viene vissuto il luogo. Prima di intervenire serve capire quale problema stiamo cercando di risolvere.
Il tema riguarda anche un giardino condominiale, l’ingresso di un hotel o la corte di un ufficio. Quando chiediamo natura negli spazi abitati, dobbiamo fare posto alla possibilità che quella natura venga abitata anche da altri organismi.
Biofilia, biofobia e scelte di gestione
Nella letteratura sulle relazioni tra persone e natura, il termine biofobia comprende reazioni negative come paura e disgusto. Può riguardare alcuni animali, ma anche ambienti e situazioni: vegetazione fitta, luoghi poco leggibili, incontri inattesi. Il suo uso in questo contesto è più ampio di una diagnosi clinica. Fonte: Soga e colleghi, 2024, DOI 10.1002/pan3.10647.
Biofilia e biofobia possono convivere nella stessa persona. Si può desiderare un giardino fiorito e provare disagio per gli insetti che lo frequentano. Questa ambivalenza merita ascolto: liquidarla come ignoranza impedisce di capire quale relazione con il luogo sia possibile.
Nell’architettura biofilica, la presenza della natura deve confrontarsi con usi, preferenze e condizioni concrete. Il progetto non può dare per scontata una risposta positiva identica per tutti. Nel 2023 Masashi Soga, Kevin Gaston, Yuya Fukano e Maldwyn Evans hanno proposto il modello del “ciclo della biofobia”: informazioni o esperienze negative possono favorire l’avversione; l’avversione può portare a evitare la natura; la riduzione degli incontri può rafforzare la disconnessione e alimentare altra avversione. È un modello concettuale, non una legge che descrive automaticamente ogni persona. Aiuta però a leggere un possibile effetto delle scelte collettive: ridurre ogni occasione di incontro può togliere anche opportunità di conoscenza. Fonte: The vicious cycle of biophobia, 2023, DOI 10.1016/j.tree.2022.12.012. Per BIOMA, l’implicazione progettuale è offrire gradi diversi di vicinanza. Una bordura può essere osservata dal sentiero; una seduta può guardare la vegetazione senza esserne avvolta. Sono scelte spaziali che rispettano chi usa il luogo. Non sono trattamenti della paura, né ne garantiscono la riduzione.
Sfalcio, potatura e illuminazione rispondono anche a esigenze di accessibilità, uso e manutenzione. Dalla forma di un giardino non possiamo dedurre lo stato d’animo di chi lo gestisce.
Possiamo invece discutere la motivazione di una richiesta. “Voglio vedere dove metto i piedi” è un’esigenza su cui progettare. “Non deve esserci nessun insetto” esprime un’aspettativa molto diversa, difficile da conciliare con uno spazio aperto e vegetato.
Anche gli effetti ecologici vanno descritti con precisione. Uno studio sulle praterie urbane ha osservato un aumento della ricchezza di specie vegetali dopo la riduzione degli sfalci. Questo sostiene la possibilità di differenziare la gestione; non significa che abbandonare qualsiasi prato produca lo stesso esito. Contano condizioni iniziali, vegetazione e modalità degli interventi. Fonte: Less is more!, 2020, DOI 10.1016/j.baae.2019.10.008.
La domanda utile diventa: quali parti devono sostenere il passaggio o il gioco, e quali possono avere una gestione diversa?
Quattro decisioni per progettare la convivenza
I criteri che seguono sono una proposta di lettura BIOMA. Vanno adattati al luogo e verificati con le competenze necessarie.
1. Rendere chiaro dove si passa. Un percorso riconoscibile, con larghezza e fondo adeguati agli utenti, permette di attraversare il giardino senza dover entrare nella vegetazione. Il margine tra passaggio e area piantata può rendere leggibile la cura anche quando si conservano steli secchi o zone a sfalcio meno frequente. Le distanze si decidono in base agli usi: non esiste una misura universale contro il disagio.
2. Distinguere le aree per intensità d’uso. L’accesso quotidiano, lo spazio per mangiare e una fascia periferica non devono necessariamente ricevere lo stesso trattamento. Una gestione differenziata può concentrare gli interventi dove servono e conservare altrove parti di habitat, se compatibili con il contesto. Deve essere comprensibile anche a chi farà manutenzione.
3. Progettare anche dove la luce non arriva. Douglas Boyes e colleghi hanno rilevato, nei siti studiati in Inghilterra, una minore abbondanza di bruchi di falena lungo siepi e margini erbosi illuminati rispetto a siti non illuminati comparabili. Il risultato riguarda quei contesti e organismi; non misura una perdita uniforme di tutta la biodiversità. Fonte: Science Advances, 2021, DOI 10.1126/sciadv.abi8322.
Per il progetto è una ragione per verificare direzione, durata e distribuzione della luce, insieme alle necessità di sicurezza e fruizione. Illuminare il passaggio richiede uno studio diverso dall’illuminare tutta la chioma di un albero. Scegliere una luce calda, da solo, non risolve ogni impatto.
4. Scrivere come si gestiranno i conflitti. Il progetto dovrebbe indicare chi riceve una segnalazione, chi identifica il problema e chi decide l’intervento. Una richiesta generica di “pulizia” lascia troppo spazio a interpretazioni incompatibili: per qualcuno comprende la rimozione di ogni foglia, per altri il mantenimento del passaggio e il controllo delle condizioni di rischio.

L’immagine distingue tre ambiti da coordinare: passaggio, sosta e margine vegetato. La vicinanza delle piante alle sedute resta una scelta da discutere con gli utenti. Larghezze, distanze e manutenzione andrebbero definite sul luogo reale, senza ricavarle da questa illustrazione.
Prima di eliminare, cinque domande
Una breve scheda può rendere il confronto tra committente, progettista e manutentore più preciso:
- Che cosa è presente? Identificare l’organismo o la condizione; “insetti” è una categoria troppo ampia per decidere un intervento.
- Che cosa succede? Separare un’avversione, un ostacolo all’uso e un rischio documentabile.
- Dove e quando avviene l’incontro? Un margine poco frequentato e un ingresso usato ogni giorno pongono problemi diversi.
- Quale intervento è proporzionato? Valutare manutenzione mirata, gestione dell’accesso o modifiche spaziali, con il supporto specialistico richiesto dal caso.
- Come sapremo se ha funzionato? Registrare segnalazioni, condizioni d’uso e necessità di nuovi interventi. Le osservazioni degli utenti non sostituiscono un monitoraggio ecologico.
Prendiamo per esempio una corte aziendale in cui si segnala disagio vicino alle sedute. Prima di sostituire l’intera aiuola, servono informazioni su presenze, orari e attività. Se il problema riguarda l’interferenza con il passaggio, la risposta può essere spaziale. Se emerge un rischio specifico, occorre una valutazione competente. La medesima segnalazione iniziale può condurre a decisioni differenti.
Il limite fa parte del progetto
Convivenza non significa accettare qualsiasi presenza in qualunque punto. Un rischio accertato o un’incompatibilità con l’uso richiedono una risposta. Anche una paura intensa merita rispetto: nessuno dovrebbe essere costretto ad attraversare un luogo che vive come minaccioso per dimostrare di amare la natura.
Il contributo del Metodo BIOMA è tenere insieme la lettura delle persone e quella del luogo. La scelta va motivata: che cosa proteggiamo, quale interferenza riduciamo e quali condizioni vogliamo conservare.
Un giardino cambia durante l’anno. Per questo la qualità della proposta dipende anche da chi lo seguirà, da quali segnali osserverà e da quando sarà disposto a rivedere una decisione.
Stai progettando uno spazio in cui il rapporto con la natura genera dubbi o richieste contrastanti? Raccontaci il luogo e ciò che oggi ne limita l’uso attraverso la pagina Contatti di BIOMA.
Domande frequenti
La biofobia è sempre una fobia clinica?
No. Nella ricerca sulle relazioni tra persone e natura, il termine comprende anche paura, disgusto e avversione non descritti come disturbi clinici. Questo articolo affronta le conseguenze progettuali di tali reazioni e non formula diagnosi.
Un giardino biofilico deve essere selvatico?
Non necessariamente. Può integrare zone intensamente utilizzate e parti con una gestione differenziata. Le scelte dipendono dal luogo, dalle persone e dagli organismi presenti, oltre che dalla manutenzione possibile.
Per tutelare la biodiversità basta tagliare meno l’erba?
No. Ridurre gli sfalci può essere una misura utile in alcuni contesti, ma il risultato dipende dalle condizioni del prato e dal piano di gestione. Un beneficio locale va verificato, non dedotto dalla sola altezza dell’erba.
Fonti e approfondimenti
Soga e colleghi (2024). Biophobia: What it is, how it works and why it matters. People and Nature. https://doi.org/10.1002/pan3.10647
Soga, Gaston, Fukano ed Evans (2023). The vicious cycle of biophobia. Trends in Ecology & Evolution, 38, 512–520. https://doi.org/10.1016/j.tree.2022.12.012
Sehrt e colleghi (2020). Less is more! Rapid increase in plant species richness after reduced mowing in urban grasslands. Basic and Applied Ecology, 42, 47–53. https://doi.org/10.1016/j.baae.2019.10.008
Boyes e colleghi (2021). Street lighting has detrimental impacts on local insect populations. Science Advances, 7, eabi8322. https://doi.org/10.1126/sciadv.abi8322


